giovedì 13 aprile 2017

Qualunque cosa sogni d’intraprendere, cominciala. L’audacia ha del genio, del potere, della magia. (Goethe)



                                                     (Odilon Redon, la cellule d'or)



Sei fatto di sogni, di carne è l'involucro
Sei entità spirituale, entità fisica
Sei ciò che la natura ha generato
Sei ciò che sei per gli occhi altrui
Sei il re del tuo castello
Sei lo schiavo della società
Sei bianco e nero, luce ed ombra insieme
Sei tu l'unica catena che circonda l'orizzonte.





Della vita gli occhi sono la chiave
Rubare gli sguardi è il reato minore
Vedere Guardare Osservare
Modi diversi di conoscere
Senso perfetto, dono materno
Racchiude buio, luce, l’eterno.

                                          (Alberto Savinio, Promenade )

La verità ti acceca
Di riflesso chiudi gli occhi
La luce è forte, penetra
Ti senti strano, diverso in volto
Accogli il nuovo senza fiducia
Paura di delusioni e pensieri caotici
Si affolla la mente
Rivolta contadina
Il macchinario s’inceppa
Cimitero delle macchine



                                               (Rafal Olbinski )

Sei stata un brivido sulla schiena
Cosi come volevo ha aperto il cuore
Sei ora un ricordo rubato dal tempo
Lontano ma alto, ancora visibile, irriconoscibile
Spiccherei il volo per tenerti la mano
Stringerti al petto senza il tuo permesso
Capire se è stata emozione vera
Scendere a terra e portarti con me.







...Riempi il tuo zaino e cambi il passo
Vivi la vita come in un pellegrinaggio
La meta che cerchi è la felicità.

Giuseppe Faddetta 




La pagina poetica oggi ospita Giuseppe Faddetta, giovanissimo cultore della poesia al quale volentieri diamo spazio e parola. Percepiamo nelle sue liriche il senso della ricerca, dell'osservazione intimistica, e l'entusiasmo che consente di attraversare con uno zaino in spalla  il mondo intero.



Selezione poetica e immagini a cura di Adele Musso e Fabrizio Sapio

giovedì 6 aprile 2017

“un poeta in Russia è più che un poeta”










La settimana scorsa,  in Oklahoma,  Evgenij Evtušenko è passato dalla vita all’immortalità.
Un arresto cardiaco: il cuore fisico non ha retto all’età. Ha battuto a volte dalla parte giusta e a volte dalla parte sbagliata – sempre convinto del suo gesto e della sua parola.
Ma il cuore, sparso con prodigalità spavalda nella sua poesia, tracima ancora e batte nei nostri petti, se abbiamo orecchie per sentirlo.
Questo si auspicano i poeti, l’immortalità del cuore: una storia che venga cantata attorno al fuoco, per scaldarci e illuminarci quando incombe la sera  - il sonno della ragione? - con le sue paure ancestrali. 
Fabrizio Sapio




Ho infilato a un ramo

una poesia,
che lotta
e non si lascia afferrare
dal vento
Mi chiedi:
“Sfilala, non scherzare.”
La gente passa.
Guarda
si stupisce.
L’albero brandisce
la poesia.
Non dobbiamo discutere.
Dobbiamo proseguire.
“Ma non te la ricordi”
E’ vero, però domani te ne scriverò una nuova.
Vale agitarsi per una simile sciocchezza?
Non pesa certo al ramo la poesia.
Te ne scriverò
quante vorrai.
Per ogni albero -
una poesia!”
Ma più avanti, come saremo?
Questo forse presto lo dimenticheremo?
No,
se andando avanti diverrà difficile,
ci sovverrà
di dove ,
in piena luce,
un albero brandisce
una poesia,
e sorrideremo:
"Dobbiamo proseguire”

(1955)     Trad. Evelina Pascucci




 




Nel 1961 compose uno dei poemi più potenti della sua produzione, Babbij Jar la denuncia di uno dei massacri più efferati della storia della Shoah; nel 1941 decine di migliaia tra ebrei ucraini, rom, comunisti, anziani e bambini vennero trucidati dai nazisti, sostenuti dai collaborazionisti locali, in un fossato nei dintorni di Kiev. Sterminio passato sotto silenzio dalle autorità sovietiche che il poema di Evtušenko, obbligò il potere a riconoscere e affrontare.

E tuoni, tuoni l’Internazionale
quando sarà sepolto
l’ultimo antisemita della terra!
Non ho sangue d’ebreo nelle mie vene: ma con la loro
inveterata, cieca
rabbia, me come ebreo
odiano gli antisemiti.
Per questo io sono
un vero russo.
















Fui tante volte così dolorosamente ferito
da raggiungere casa carponi,
speronato non solo dall’odio -
con un petalo pure si può ferire.

Ho ferito io stesso - proprio senza volerlo,
con una sciatta e affrettata gentilezza
e per qualcuno, poi, fu doloroso,
come andare sul ghiaccio a piedi nudi.

Perché per le rovine vado
di quelli a me più cari, più vicini,
io, così facilmente - e con dolore - feribile
e che gli altri ferisco con tanta leggerezza?”

(1973)     Trad. Evelina Pascucci




selezione poetica, immagini e contributi di Adele musso e Fabrizio Sapio